Eldeth Rumnaheim

“Un rifugio senza un camino non è posto per dormire”, brontolò Eldeth tra sé e sé, sdraiata sul sacco a pelo. “Gli avventurieri sono tutti pazzi!” continuò, alzandosi lentamente e muovendo la testa a destra e sinistra per sciogliere i muscoli del collo.

Da quando era partita, le capitava di parlare da sola. Il nonno Theban lo faceva spesso, nelle lunghe giornate d’inverno ad Adbar, ma Eldeth preferiva pensare che la causa di questa strana abitudine fosse la solitudine.

Il vento ululava e la pioggia martellava incessante sulla tenda, contribuendo non poco a peggiorare il suo umore già compromesso.

Con un sospiro, Eldeth si preparò ad eseguire una versione semplificata del rituale del mattino: abluzioni, preghiere e meditazione in onore di Berronar Truesilver, che la nana eseguì con cura, nonostante lo spazio limitato della tenda e il clima impietoso.

Cresciuta nel tempio, con le sue stanze accoglienti, le coperte morbide e il cibo abbondante e cucinato con maestria, Eldeth non si sentiva preparata ad affrontare la vita dell’avventuriero. L’umidità le faceva venire male al collo, la birra delle taverne era disgustosa, e aveva scoperto di avere una fastidiosissima allergia al fieno, che in superficie si trovava in grandi quantità.

Eldeth scosse la testa, si grattò la barba che cresceva ai lati del mento, e si preparò a mettersi in cammino: dubitare delle sue capacità significava dubitare della visione che le aveva mandato la dea.
A costo di percorrere tutto Faerûn a piedi, avrebbe trovato l’antica statuetta e l’avrebbe riportata al tempio, proprio come Berronar le aveva mostrato in sogno.

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