Il re è morto. Lunga vita al re!

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“Il re è morto. Lunga vita al re!”

I cori dei cittadini salivano dalle strade e dalle piazze, raggiungendo persino gli appartamenti reali, nella torre più alta del castello.

Dentro alla torre, tra pesanti arazzi e mobili di legno pregiato, tutto era immobile, come in un quadro.

Le luci soffuse delle lampade a olio si riflettevano sulle armature delle guardie schierate intorno alla stanza, brillavano sui bordi dorati delle casacche dei paggi e illuminavano il volto pallido e solenne della regina madre, seduta accanto al baldacchino.
A terra, nel cono d’ombra proiettato dal letto, si scorgevano appena le figure di due giovani inginocchiati, una col volto appoggiato alla spalla dell’altro. Due cani da caccia sedevano col muso appoggiato alle ginocchia del giovane e lo guardavano con aria preoccupata.

Al centro della stanza, nel baldacchino, giaceva il corpo immobile del re. Gli occhi chiusi e l’espressione serena avrebbero potuto suggerire che stesse dormendo, se non fosse stato per il pallore innaturale delle guance scavate.
I capelli e la lunga barba argentea erano stati intrecciati e cosparsi d’olio profumato, com’era d’usanza per le cerimonie funebri.

Il re si era spento nel sonno, logorato da una lunga malattia che gli aveva indebolito il corpo, ma lasciato la mente lucida e reattiva fino alla fine.
Era una morte attesa, la sua, ma non per questo meno dolorosa per la sua famiglia.

“Il re è morto. Lunga vita al re!”

I cori e le processioni dei cittadini erano una manifestazione di rispetto verso il re uscente e verso quello che ne avrebbe preso il posto, ma sembravano parole crudeli alle orecchie della famiglia reale.
La regina madre avrebbe voluto chiudere tutte le finestre, sigillare il castello, isolarsi dal mondo.

Ricacciò invece questi pensieri in un angolo della sua mente, si alzò e si diresse verso i due figli, abbracciandoli e porgendo la mano al ragazzo, il maggiore dei due, con l’ultimo gesto materno che si sarebbe potuta concedere: adesso era lui il re, e lei avrebbe dovuto seguire il protocollo e mostrare deferenza.

Il giovane si alzò, si sistemò la corona e uscì sul balcone a guardare la folla nonostante la luce gli ferisse gli occhi.

“Il re è morto. Lunga vita al re!”


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The king is dead. Long live the king!

“The king is dead. Long live the king!”

Loud voices rose from the streets and went up to the royal apartments in the tallest castle tower.

Inside the tower, amongst the heavy tapestries and fine furniture, all was still. Oil lamps cast a soft light in the room and reflected on the shiny armors of the guards.

Four pages stood still around the bed, and the queen mother sat next to the canopy, her face pale and solemn.

On the ground, in the shadow cast by the bed, knelt a young man and a young woman. The girl rested her head on her brother’s shoulder, and they both looked down.

Two hounds sat with their muzzles laying on the knees of the young men and looked up to their masters with a worried look.

At the center of the room, in the canopy, laid the motionless body of the king. His eyes were closed, and his calm features could suggest sleep, were it not for his pale and hollow cheeks. His hair and long silvery beard had been braided and treated with scented oil.

The king had died in his sleep, his body consumed by a long illness, while his mind was still active and clear.

His family knew he was dying, but this did not make it any less painful for them, and they were in mourning.

“The king is dead. Long live the king!”

The marches and choirs were a way for the citizens to celebrate both the old king and the new king. To the royal family they felt like a cruel litany.

So much that the Queen Mother wanted to close all the windows, seal the castle, and keep it away from the world.

Instead, she steeled herself, got up, and walked to her two children. She hugged them, then held out her hands for her eldest son. She knew this was the last time she could afford to be affectionate to her son: he was the king now, and she would have to show deference.

The young man stood up, raised his hand to stop the servants who were rushing to him, and put the crown on his head. He walked to the balcony, watching the crowd despite the light blinding his eyes.

He kept his chin up and saluted.

“The king is dead. Long live the king!”


Prompt: Literary Lion, “King”.


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Il tuffatore di Paestum

Museo Archeologico Nazionale di Paestum, luglio 2013

“Forza, andiamo!”

Silvia strinse le pieghe del vestito estivo e non si mosse: non voleva disobbedire a suo padre, ma non voleva nemmeno allontanarsi dalle lastre dipinte.

Mentre osservava la lastra di fronte a lei, raffigurante un uomo che si tuffa da colonne altissime, ripensava alle parole del padre che, pochi minuti prima, le aveva spiegato il significato di quelle immagini che così tanto l’avevano colpita:

“Chi è questa persona, papà?”

“Questo è un uomo che ha vissuto qui vicino tantissimi anni fa. Era il proprietario di queste lastre dipinte, che decoravano la sua tomba”.

“E perché si sta tuffando?”

“Non lo possiamo sapere con sicurezza, queste immagini sono molto antiche…”

“Ma secondo te, perchè si tuffa? È in piscina?”

“Qualcuno dice che queste immagini siano un simbolo”.

“Un simbolo?”

“Sì, rappresentano un’azione che si può paragonare a un’altra più complessa”.

“Quindi il signore non si sta tuffando?”

“Secondo gli studiosi, il trampolino rappresenta le colonne d’Ercole, cioè il confine del  mondo, e l’acqua rappresenta la morte. Quindi l’uomo nella figura si sta tuffando nel mare dell’aldilà. Il tuffo è una rappresentazione della morte”.

“Ma poi torna?”

“No, cara, purtroppo quando si muore non si può più tornare indietro”.

Coi suoi sette anni, però, Silvia non riusciva a capire, e continuava rimuginare sulle parole del padre e a osservare le immagini sulla lastra cercando una risposta: se questo “aldilà” è un mondo che si raggiunge a nuoto, perché chi ci arriva non può tornare indietro, o telefonare?
E perché una persona dovrebbe volontariamente tuffarsi in un posto da cui non si torna più?

L’anno prima era stata al funerale della nonna e aveva visto le persone che piangevano. Anche lei aveva pianto, ma solo qualche giorno dopo, quando le avevano detto che la nonna non si poteva più andare a trovare perché non c’era più e non sarebbe più tornata.

Avrebbe voluto chiedere a suo padre se anche la nonna era col nuotatore, ma si capiva che ormai il papà si stava spazientendo.

Salutò nella sua mente il nuotatore e la nonna, che forse era lì con lui, e corse dai genitori, stringendo forte le loro mani e sperando di non doverli mai salutare per sempre.


 

In risposta a The Daily Post: “Finite Creatures.”

Eldeth Rumnaheim

“Un rifugio senza un camino non è posto per dormire”, brontolò Eldeth tra sé e sé, sdraiata sul sacco a pelo. “Gli avventurieri sono tutti pazzi!” continuò, alzandosi lentamente e muovendo la testa a destra e sinistra per sciogliere i muscoli del collo.

Da quando era partita, le capitava di parlare da sola. Il nonno Theban lo faceva spesso, nelle lunghe giornate d’inverno ad Adbar, ma Eldeth preferiva pensare che la causa di questa strana abitudine fosse la solitudine.

Il vento ululava e la pioggia martellava incessante sulla tenda, contribuendo non poco a peggiorare il suo umore già compromesso.

Con un sospiro, Eldeth si preparò ad eseguire una versione semplificata del rituale del mattino: abluzioni, preghiere e meditazione in onore di Berronar Truesilver, che la nana eseguì con cura, nonostante lo spazio limitato della tenda e il clima impietoso.

Cresciuta nel tempio, con le sue stanze accoglienti, le coperte morbide e il cibo abbondante e cucinato con maestria, Eldeth non si sentiva preparata ad affrontare la vita dell’avventuriero. L’umidità le faceva venire male al collo, la birra delle taverne era disgustosa, e aveva scoperto di avere una fastidiosissima allergia al fieno, che in superficie si trovava in grandi quantità.

Eldeth scosse la testa, si grattò la barba che cresceva ai lati del mento, e si preparò a mettersi in cammino: dubitare delle sue capacità significava dubitare della visione che le aveva mandato la dea.
A costo di percorrere tutto Faerûn a piedi, avrebbe trovato l’antica statuetta e l’avrebbe riportata al tempio, proprio come Berronar le aveva mostrato in sogno.

Mara Stormwind

Nel bel mezzo di un’estate straordinariamente calda, all’alba, una giovane fidata della guardia cittadina di Waterdeep sedeva nell’ufficio del suo aumarr, il capitano, e teneva le mani sotto alle gambe per evitare di combinare un guaio.

Mara Stormwind, così si chiamava la giovane guardia, stava impiegando tutta la sua forza di volontà per restare composta sulla sedia scomoda, e non gliene rimaneva abbastanza per concentrarsi anche sulle parole dell’aumarr. Il fatto che la finestra fosse aperta certo non aiutava: Mara poteva infatti sentire le giovani reclute che si addestravano nel cortile e, a peggiorare la situazione, un gabbiano si era posato sul davanzale e stava osservando con interesse il retro della testa calva del capitano.

Un clangore di metallo e un’imprecazione particolarmente colorita vennero dal cortile. Mara si morse il labbro per evitare di scoppiare a ridere e il capitano si schiarì la voce, riportando finalmente su di sé l’attenzione della guardia.

“In sostanza, riteniamo che tu sia particolarmente tesa e che questo lavoro non faccia per te”. Disse il capitano, con un tono di voce freddo e formale.

“TESA?!?” Urlò Mara. Poi si rese conto del sopracciglio alzato del capitano e abbassò la voce: “Cosa avrei fatto, esattamente, per sembrare tesa? Ho sempre compiuto il mio dovere egregiamente, signore!”
“Hai sbattuto in gattabuia il figlio del funzionario, con un occhio nero, per di più! E stamattina hai preso a calci il cancello!”

Almeno ha ammesso il reale motivo per cui sono qui…” pensò Mara, poi strinse i pugni, ancora al sicuro sotto alle gambe, e rispose, cercando a fatica di mantenere la calma: “L’imbecille era ubriaco e stava importunando la figlia del fornaio. E non è colpa mia se quel maledetto cancello cigola come una banshee!”.

“L’imbecille…” continuò il capitano con un tono tra il paternalistico e lo scocciato, “è il figlio del nostro più grande benefattore. La caserma del distretto Settentrionale sarebbe in rovina senza di lui. E dormiremmo sulla paglia”.

“Ma…” cercò di dire Mara mentre il capitano prendeva fiato. Il capitano però la ignorò e continuò a parlare: “… Niente ‘ma’. La figlia del fornaio non conta niente e prima o poi dovrà pur crescere! Meglio che impari come gira il mondo da un ragazzotto con alle spalle una famiglia solida. Magari riesce a spillargli anche qualche soldo… E chi mi dice che il cancello non cigola perché continui a colpirlo?”

Il capitano si alzò in piedi, mettendo in fuga il gabbiano e zittendo Mara con un gesto perentorio; poi prese a camminare avanti e indietro per l’ufficio, e disse: “Mi dispiace, ragazza, tu sei indubbiamente molto abile e ti impegni. Ma la Città degli Splendori non fa per te. La sicurezza, qui a Waterdeep, si mantiene anche con una buona dose di diplomazia. Bisogna saper chiudere un occhio, ogni tanto…”

Mara non stava più ascoltando. Le parole del capitano sembravano provenire da lontano ed erano soffocate dal rumore assordante dei suoi pensieri. Cosa avrebbe fatto adesso? I suoi pochi risparmi le avrebbero a malapena permesso di vivere nel distretto del Porto. E cosa avrebbe detto ai suoi genitori? Aveva lasciato Longsaddle promettendo che sarebbe tornata con un grado militare, una divisa e una bella paga. Già immaginava il loro sguardo deluso, mentre se ne tornava con la coda tra le gambe…

“Ahem…” l’aumarr interruppe i suoi pensieri schiarendosi la voce “Per il tuo servizio nella guardia cittadina, hai diritto come congedo a una piccola somma di denaro e a dell’equipaggiamento di qualità. Potrai ritirarli nell’armeria, dove consegnerai la divisa e l’armatura”.

Le parole del capitano erano gentili, tuttavia, i suoi gesti di impazienza indicavano che era giunto il momento di andarsene.

Mara salutò il capitano, pronunciando per l’ultima volta il tradizionale saluto della guardia cittadina, poi si diresse a testa bassa presso l’armeria a ritirare il congedo, e infine nel dormitorio, dove teneva i suoi effetti personali.

Mentre preparava lo zaino, Mara si rese conto che lo sconforto iniziale stava già cedendo il passo alla curiosità di una nuova avventura.

Non era certo una persona diplomatica, o un’esperta di intrighi, ma era onesta, di buon cuore e molto abile con la spada. Non sarebbe stato difficile trovare un lavoro fuori dalle mura.

Salutati i compagni e raccolto il suo equipaggiamento, Mara uscì nel cortile, si assicurò che non ci fosse nessuno e assestò un ultimo calcio al cancello. Poi uscì in strada, lasciandosi per sempre alle spalle la caserma.

Lia Galanodel

La creatura si muoveva nel bosco, invisibile e silenziosa.

Dall’alba ormai era sulle tracce della preda, ma non desisteva: aveva la pazienza dei cacciatori che attendono il momento giusto per colpire, e la posta in gioco era troppo alta per commettere un errore.

Tenendosi sottovento, la creatura scivolò non vista tra gli alberi che costeggiavano la strada e superò il gruppo di figure che stava seguendo; si stavano avvicinando alla radura, il punto critico in cui sarebbe venuto il momento di scattare e agire tempestivamente.

Aveva studiato a lungo i movimenti del gruppo, quindi sapeva esattamente dove sarebbero passati.

Grugnendo insulti e oscenità, il gruppo di orchi uscì dal sentiero nel bosco e si diresse verso la radura. Stavano pattugliando la zona da due giorni, cercando edifici da depredare. Avevano finalmente scelto come obiettivo il mulino, carico di preziose provviste da riportare alla loro tribù. Un compito semplice per quattro orchi, il cui numero era giustificato più che altro dalla necessità di trasportare il grosso bottino velocemente; uccidere la famiglia di umani che lo occupava sarebbe stato un piacevole bonus che veniva naturalmente col lavoro.

Furono interrotti improvvisamente da un rombo assordante, ma ebbero appena il tempo di sguainare le spade prima di essere investiti da un tronco d’albero.
Un orco rimase ucciso sul colpo; due furono spinti oltre i cespugli, dove la radura terminava bruscamente in una scarpata; il quarto rimase intrappolato sotto al tronco, ancora vivo, ma incapace di muoversi.

La creatura saltò fuori dalle ombre e si avvicinò all’orco rimasto, che la guardava con odio e sputava insulti tra un rantolo e un altro.

Un’esile elfa dagli occhi dorati e la pelle bronzea coperta di tatuaggi gli stava puntando alla gola una lama grossolana, ma affilata.

Per un momento, l’elfa considerò la possibilità di lasciare che fosse una lenta agonia ad uccidere l’orco, stupendosi della propria stessa crudeltà.

Poi la sua natura compassionevole ebbe la meglio, e l’elfa prese l’affilato coltello da caccia e ne passò la lama sul collo dell’orco, recidendo di netto la grossa vena sul collo, finendolo.

Il sole stava tramontando e l’elfa volse istintivamente lo sguardo a est, dove, a molte miglia di distanza, sapeva che la gente della sua tribù si stava preparando per la sera.

Per un momento, fu colta dalla malinconia e dal bisogno di tornare a casa. Poi le dure parole del capo tribù le tornarono in mente: “Il tuo odio per gli orchi ti sta avvelenando l’anima. Rinuncia alla tua ossessione, oppure allontanati dalla tribù, prima che tu possa contagiare gli altri”.

Con un sospiro, l’elfa si riscosse. Era giunto il momento di cercarsi un riparo per la notte.